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Comunicato Stampa

Scuole e associazioni non sono padri né madri: sono sorelle

24/03/25 Nazionale

Riflessioni sulla Legge 4/2013 e sulla libertà del professionista

FotoIntervista a Gianpiero Brusasco

D: Gianpiero, in Italia è ancora diffusa l’idea che una professione sia valida solo se certificata da un ente, una scuola o un’associazione. Cosa ne pensi?
R: È vero, è un’idea profondamente radicata nella nostra cultura. Ma la Legge 4 del 2013 ci racconta un’altra storia. Racconta di una libertà professionale che nasce prima delle istituzioni, e che trova la propria legittimità nella competenza, nell’esperienza e nell’etica personale.
Non serve che qualcuno dall’alto venga a “convalidare” il valore di un professionista: se quel valore c’è, si manifesta. Il riconoscimento è una conseguenza, non una premessa.

D: Possiamo dire che questa legge segna una svolta?
R: Assolutamente sì. La Legge 4/2013 ha rappresentato una svolta significativa per tutte quelle professioni che non sono organizzate in ordini o collegi. Ha riconosciuto, per la prima volta in modo organico, che il professionista può esistere anche senza essere incasellato in una struttura formale.
Chi lavora con serietà, competenza e responsabilità può presentarsi direttamente al pubblico. È un principio rivoluzionario, soprattutto in un Paese come il nostro.

D: Qual è, secondo te, il ruolo reale di scuole e associazioni?
R: Le scuole e le associazioni sono strumenti di crescita, confronto, sostegno. Sono importanti, ma non sono autorità che decidono chi è legittimato a esercitare una professione.
La legge permette di costituire o aderire a queste realtà in modo volontario, per valorizzare le competenze, offrire formazione continua, condividere un codice etico.
Tuttavia, né la scuola né l’associazione hanno valore abilitante. Lo ripeto: il professionista viene prima. Le istituzioni servono solo se camminano accanto, non se pretendono di comandare o controllare.

D: In che modo questa visione contrasta con quella più tradizionale?
R: C’è un errore culturale profondo. In Italia si pensa che la validità di una professione arrivi solo dopo un “bollino”, una certificazione. Ma se ci guardiamo intorno, vediamo che molte professioni sono nate spontaneamente: da un bisogno, da un’intuizione, da un’esperienza.
È come la vecchia domanda: è nato prima l’uovo o la gallina? Nel caso delle professioni, nasce prima il professionista. Poi, col tempo, per esigenza di confronto e sostegno, nascono le associazioni, e successivamente le scuole.

D: Quindi anche i formatori delle scuole?
R: Certamente. Gli insegnanti delle scuole che formano professionisti in ambiti non riconosciuti sono essi stessi nati dalla pratica, dall’esperienza, da percorsi educativi che spesso provengono da altri ambiti.
Qualcuno ha insegnato nella scuola pubblica, altri hanno condotto laboratori, accompagnato gruppi, affiancato le persone. Non c’è un unico modo giusto per arrivarci. E questo dimostra che la formazione è un processo vivo, non un marchio preconfezionato.

D: Tu dici che le scuole nascono de facto, non de jure…
R: Esattamente. Una scuola nasce perché funziona, non perché ha un timbro. Quando forma bene, diventa un punto di riferimento. È così che acquisisce autorevolezza.
Purtroppo, spesso vediamo l’opposto: scuole o associazioni che, per proteggersi, costruiscono regole troppo rigide, che escludono invece di includere. È un meccanismo difensivo, che però soffoca la vitalità della professione.

D: E questo va contro lo spirito della Legge 4/2013?
R: Completamente. La Legge 4/2013 – che io chiamo affettuosamente “legge San Calenda” – non ha creato recinti, ma ha dato cittadinanza alla diversità, alla creatività, all’autonomia.
Ha detto: se sei competente, se operi con etica, se sei trasparente con i tuoi clienti, puoi esercitare. Punto. Non ti serve il permesso di nessuno.

D: Eppure, molte associazioni non riconosciute continuano a comportarsi come se fossero ordini professionali…
R: È un istinto radicato nella nostra società. Molte associazioni – anche senza volerlo – si comportano come padri o madri iperprotettivi, che vogliono guidare, controllare, limitare.
Ma le istituzioni, se vogliono essere utili, devono essere sorelle, che camminano accanto. Che offrono aiuto, ma non si sostituiscono al percorso del singolo.

D: In conclusione, qual è la vera sfida oggi?
R: La vera sfida è difendere la spontaneità e la libertà. Le nuove professioni nascono ancora oggi come risposta a bisogni reali. Spesso in modo trasversale, creativo, ibrido.
La legge 4/2013 le legittima, le accoglie. Sta a noi – professionisti, scuole e associazioni – non tradirne lo spirito.
Non dobbiamo costruire torri d’avorio, ma reti di fiducia. E questo si fa riconoscendo che la libertà professionale non ha bisogno di padri o madri, ma solo di sorelle.



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